I Peroni di Gallarate sono di antica tradizione tessile, una loro manifattura era già operante nella città prealpina alla fine del ‘700.
La famiglia avrebbe poi proseguito ad occuparsi esclusivamente della tessitura di tele in cotone per usi domestici durante tutto il XIX secolo. Il catalogo di allora comprendeva tele per tendaggi, lenzuola, tovaglie, fodere per materassi e divani, e così via.
Tra il 1860 e il 1870 Luigi Bernardo Peroni (1824-1907) sostituisce i telai a mano con quelli meccanici e nei primi anni del '900 la Tessitura Meccanica Peroni, così si chiamava allora, aveva l'aspetto visibile in questa foto aerea odierna, l’edificio infatti è ancora esistente.

La manifattura Peroni, una tra le decine presenti in quello che era il polo della produzione cotoniera italiana, commercializzava allora i propri tessuti per mezzo di una rete di agenti e disponeva, per la vendita al dettaglio, di un negozio nel centro di Gallarate, quello visibile in una foto dove, a destra, l'allora titolare Claudio Peroni (1860-1938), figlio di Luigi Bernardo, posa insieme ad alcuni collaboratori.
A quell'epoca risalgono i primi rapporti commerciali di Peroni con i laboratori di scenografia dei principali teatri dell'Italia settentrionale, che trovano nell'azienda gallaratese i tessuti in cotone di base allora utilizzati per l'allestimento delle scene: tela da dipingere, pelle ovo, cencio di nonna, tarlatana, e via dicendo.

A quei tempi il marchio di Peroni era quello visibile in basso a sinistra in questa cartolina d’epoca.
È il rametto di una pianta di cotone con quattro fiori e un ingranaggio che simboleggia la tessitura per mezzo di telai meccanici, su cui è riportata una scritta in latino, «Bombacio texere»: tessere il cotone.

Influenzata dai contatti sempre più frequenti con il mondo del teatro, l'attività di Peroni diventa via via meno prosaica, perché i suoi tessuti iniziano ad essere concepiti anche per una destinazione scenografica, oltre che per quella domestica.
Finché nei primi anni '50 Luigi Peroni (1928-1994), un nipote di Claudio poco più che ventenne che a Gallarate diventerà una personalità autorevole ed impegnata socialmente, inizia a sviluppare ulteriormente e in modo metodico i rapporti con i teatri, offrendo loro un numero sempre più cospicuo di tessuti studiati appositamente.
Oltre al resto, dota la propria tessitura di un telaio a proiettile largo 12 m, con cui produrre la tela di cotone in grande altezza destinata ad essere dipinta dagli scenografi realizzatori.

E, utilizzando le proprie conoscenze di tecnica tessile, per ampliare la gamma Luigi si fa produrre un variegato assortimento di tessuti specifici: tulle, sete e velluti che, acquistati grezzi, vengono ulteriormente lavorati negli stabilimenti di finissaggio del circondario industriale di Gallarate che, in quegli anni, disponeva di tutti gli anelli della catena produttiva tessile.
È in questo ambiente produttivo che Michele Peroni, figlio di Luigi, classe 1955, cresce e si forma.

Nel 1977, guidato dall’esperienza paterna e dalle proprie inclinazioni personali per il teatro e l’opera lirica, Michele decide di orientare l’attività di Peroni esclusivamente al servizio della scenografia e della scenotecnica.
Estroverso come un attore d’avanspettacolo, diventerà in breve uno dei personaggi più conosciuti ed amati da macchinisti, operatori alle luci, decoratori, costumisti, registi e scenografi, cioè da quel “dietro le quinte” che, quasi in incognito, crea quotidianamente le scenografie teatrali.

A Gallarate, il 16 marzo 2000, ne giunge un po’ da tutto il mondo e con ogni mezzo, dal Teatro alla Scala addirittura con un pulmino, per l’ultimo appuntamento con chi in un paio di decenni aveva reso famosa su scala planetaria, nel mondo dello spettacolo, l'azienda gallaratese.
Come? Fin dagli inizi Michele sottopone le proprie produzioni di tela e di tulle in grande altezza a test di ignifugazione fino ad ottenere una resistenza al fuoco ottimale.
Gradualmente, inserisce nel catalogo dei prodotti per scenografia di Peroni una miriade di nuovi tessuti, seguiti dai materiali plastici, dai tappeti per la danza e dalla meccanica di movimentazione per scene e sipari che egli stesso progetta, collauda, avvia alla produzione e commercializza.

Peroni accresce la propria fama grazie al passaparola degli addetti ai lavori che, sempre più spesso, si rivolgono a Michele per cercarne, oltre ai prodotti, il consiglio.
Si sviluppa così la filosofia aziendale, tuttora improntata alla flessibilità, per soddisfare le richieste di una clientela sempre alla ricerca di prodotti di grande effetto, per la quale sono essenziali il rispetto delle normative di sicurezza, il rapporto qualità-prezzo dei prodotti, l’assistenza post vendita e la celerità delle consegne, perché quello dello spettacolo è un mondo in perenne lotta con il tempo.
In questi frangenti, nel febbraio del 1983 accade in Italia un evento tragico che causa una svolta nel mercato dei materiali destinati ai locali di pubblico spettacolo.
Nell’ incendio del Cinema Statuto di Torino muoiono 64 persone a causa dell’inadeguatezza dei prodotti utilizzati per l’allestimento della sala.

Come spesso è accaduto in Italia, le norme che ne regolamentano l’uso sono anacronistiche.
Il parlamento si affretta quindi per recuperare il ritardo e, nel 1984, emana un decreto ministeriale che rivoluzionerà un mercato che, affannosamente, è costretto a mettersi al passo
La Peroni di Gallarate, tuttavia, è già pronta: grazie all’intuito premonitorio di Michele i suoi materiali superano già i più severi test d’ignifugazione.

È un vantaggio temporale che darà un grande impulso allo sviluppo di un’azienda che, negli anni seguenti inizia ad essere molto conosciuta anche al di fuori dell’Italia.
Anche perché, nel frattempo, Peroni ha iniziato a preparare internamente i propri materiali per renderli pronti all’uso.
È stata infatti avviata la confezione di sipari, fondali e ciclorami in tessuto, affiancata dalla fabbricazione con appositi film vinilici di schermi e ciclorami per proiezione e retroproiezione.

E quella dei sistemi meccanici progettati per movimentarli che avranno, in breve, altrettanto successo.
Michele a questo punto ha creato una gamma di prodotti che faranno di Peroni un riferimento internazionale nel proprio settore, perché inizieranno ad essere richiesti, oltre che dai teatri italiani ed europei, da quelli del resto del mondo.

Dopo un ventennio di sviluppo, nel 1998, Peroni inaugura il nuovo stabilimento di Gallarate.
Allo scadere del millennio, quindi, tutto sembra andare per il meglio.
Peroni ha investito pesantemente scommettendo sul proprio futuro, ma la clientela è soddisfatta e il mercato della scenografia si espande con il moltiplicarsi di eventi e manifestazioni che sempre più attingono all’esperienza teatrale.

Ed ecco invece il 10 marzo 2000. È un primo pomeriggio tiepido, di quelli in cui chi ha una motocicletta, passati i grigiori invernali, riapre il garage per vederne brillare al sole le cromature.
Dopo aver percorso milioni di chilometri da un teatro all’altro, sulle strade e sugli aerei di tutto il mondo, Michele perde la vita in un banale incidente motociclistico a poche centinaia di metri dalla sede di Peroni.
L’azienda che lascia è ancora di stampo famigliare, ma nel proprio mercato è ormai una delle realtà più note, e non solo in Europa.

Ci si chiede cosa succederà, i figli di Michele sono ancora troppo giovani per prendere le redini dell’articolata attività dell’azienda gallaratese.
Qualcuno si fa avanti, casualmente da dietro le quinte, dove è sempre rimasto.
È una donna minuta, una casalinga sulla quarantina, senza conoscenze specifiche, a cui tutti sconsigliano di imbarcarsi in un’avventura improbabile e complessa come quella che ha di fronte.

Lei però, a tutti i costi, vuole che ciò che ha visto creare al marito non vada perso.
Ma forse non ha solo visto. «Il primo sipario gliel’ho cucito io», rivela.
Presa nota della sua risolutezza, tutti le si stringono intorno, e l’avventura riprende.

«Quando dobbiamo prendere una decisione importante, mi consulto con i miei collaboratori», dice Elisabetta Peroni, la signora minuta.
«Per prima cosa ci chiediamo cosa avrebbe fatto Michele.
Poi riflettiamo e decidiamo noi, spesso anche diversamente da come riteniamo che Michele avrebbe fatto».
Cosa si pensa in azienda, in quel momento, dell’arrivo della nuova titolare?

L’architetto Gianni Crevacore, che nel ventennio successivo sarà il responsabile tecnico di Peroni, constata sorridendo:
«Si direbbe che i suoi metodi funzionino. Non abbiamo avuto nessuno scompenso, tutto sta proseguendo come sempre».
Di chi è il merito?
«Alla scomparsa di Michele abbiamo cercato tutti di fare ancora meglio di prima. I clienti ci hanno dato subito fiducia. Credo che nessuno si sia pentito.»

A questo punto è necessaria una pausa di riflessione, perché nelle ultime battute di questo resoconto c’è qualcosa che non funziona.
Come può essere che, alla fine degli anni '70, una ragazza allora poco più che ventenne confezioni un sipario teatrale di punto in bianco, senza alcuna esperienza?
Quale intervento magico ha potuto evitare un esito disastroso?
In realtà non era accaduto nessun miracolo, la Peroni di oggi, infatti, è il risultato del confluire delle storie di due famiglie italiane, quella di Michele e quella di sua moglie Elisabetta.

Betty aveva una zia che, alla fine degli anni ’40, giovanissima ma già formata come sarta, aveva trascorso un biennio di specializzazione a Roma, nell’atelier di confezione di tre sorelle parmigiane che qualche anno prima si erano trasferite nella capitale.
Si trattava nientemeno che delle Sorelle Fontana che di lì a poco, scelte quali sarte personali dalle più celebri dive hollywoodiane, si sarebbero affermate su scala planetaria, divenendo il primo grande mito della moda italiana e del made in Italy.
Una volta tornata a casa, la zia Antonietta (1921-2018) trasmise quell’esperienza ai genitori di Elisabetta che, trasferitisi a Gallarate dalla campagna veneta, aprirono sotto alla propria abitazione un laboratorio artigianale di confezione di abiti.
Già durante gli anni delle scuole elementari la bimba Betty, finiti i compiti, scendeva nel laboratorio a giocare tra i tessuti e le macchine da cucire di quella che, poco alla volta, sarebbe diventata un’industria.
Che, alla fine degli anni ’70, quando Elisabetta sposò Michele, dava lavoro a quasi 800 persone.
Così, quando Betty cucì il primo sipario prodotto dall'azienda di Michele, non si trattò dell’azzardo di un'incosciente, ma di un ritorno a casa, perché di tessuti, forbici, macchine da cucire e fogge di confezione, Betty in realtà sapeva già tutto.
E quando si sentì in dovere di succedere a suo marito, nessuno dovette insegnarle niente.
Fu lei, anzi, ad arricchire con la propria esperienza quella di un laboratorio di confezione di fama già riconosciuta nel mondo della scenografia teatrale.

Quindi, nelle vicende di un'azienda tessile lombarda fondata alla fine del '700, dirottata poco alla volta nel corso di tutto il '900 al servizio della scenografia fino a diventarne totalmente dedita, si innesta ad un certo punto un'esperienza industriale partita dal nulla, come è spesso accaduto nell'Italia post-contadina del dopoguerra.
Le cui fortune sono derivate, tramite l'esperienza di una zia, dalla maestria delle leggendarie sorelle Fontana: quelle che hanno vestito Hollywood e la Dolce Vita di Roma, dove sono state le madri capostipiti di uno dei rami più celebrati del made in Italy.

Qualche anno dopo l'incidente fatale di Michele, uno alla volta, arrivano in azienda i suoi figli che, affiancando Betty, poco a poco aggiornano profondamente l’organizzazione di Peroni.
La messa a punto di materiali e sistemi meccanici di nuova concezione diventa sistematica e i procedimenti produttivi interni vengono modernizzati, sia pure nel rispetto della loro artigianalità.

E con un occhio sempre più vigile all’impatto ambientale, che, tuttavia, non è mai mancato nemmeno quando il mercato non aveva ancora la sensibilità attuale, grazie anche ad una ricettività del tema molto femminile.
Le donne, infatti, sono oggi i tre quarti della compagine di Peroni. E sono in maggioranza ad ogni livello, a partire dalla direzione.

Il sogno di Betty di non veder morire quanto era stato creato da Michele con tanti sacrifici, è stato dunque premiato.
E ci si rende conto oggi di come, quasi involontariamente, sia accaduto che, insieme alla secolare storia di Peroni, nemmeno l’esperienza acquisita in una vita di paziente dedizione al lavoro dei suoi genitori sia andata perduta.
